NEWS - PIRELLI IN CINA
    PIRELLI IN CINA


Data: 25/05/2008
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NOTIZIE TRATTE DA "LA NAZIONE"

- Pirelli va in Cina: punta su camion e auto di lusso

YANZHOU (Shandong) —

Hanno la tuta amaranto e il berrettino nero e giallo. Sono 750 e produrranno i pneumatici Pirelli made in China. Una sfida: far viaggiare i cinesi su gomme italiane. Prima camion e autobus, a seguire le auto private, soprattutto di lusso. La posta in gioco è il più grande mercato mondiale, lanciato verso la motorizzazione di massa (la rete autostradale cinese ha già superato quella tedesca). Oggi la Cina vale il 9% di tutti i pneumatici che si vendono al mondo, con tassi di crescita a due cifre. Appena chiusa la cessione del settore cavi, Pirelli pigia dunque l’acceleratore sul suo core business (3,2 miliardi di euro di ricavi nel 2004) e gioca la carta dell’Asia, in competizione con giganti come Michelin e Bridgestone. «In Cina ci siamo da tanti anni, abbiamo portato la tecnologia del pneumatico radiale, ma non abbiamo mai prodotto direttamente qui. E' una svolta che segnerà la storia del gruppo» dice Marco Tronchetti Provera all’inaugurazione del nuovo stabilimento di Yanzhou, nel cuore dell’impero, 600 chilometri a sud di Pechino, in una regione con 100 milioni di abitanti e a forte sviluppo industriale (qui nasce un terzo dei pneumatici cinesi). Decisivo l’incontro con un partner locale, la Roadone Tyre, creata da Niu Yishun, uno degli imprenditori miliardari del nuovo capitalismo cinese. Quattro mesi fa è stata firmata una joint venture che Pirelli controlla con il 60%. Manodopera cinese, training e nuove tecnologie dall’Italia per garantire la qualità Pirelli. «I nostri pneumatici cinesi saranno identici a quelli prodotti in Italia». L’investimento iniziale è di 90 milioni di euro che raddoppieranno in un paio d’anni. «E’ solo l’inizio — sottolinea Tronchetti— Abbiamo programmi molto ambiziosi». Il primo obiettivo è quello di conquistare una quota di mercato del 3% già l’anno prossimo, con mezzo milione di pneumatici radiali, truck, cioè destinati ad equipaggiare veicoli commerciali. Ma la fabbrica cinese a regime potrà sfornare 1 milione e 200 mila pezzi all'anno e puntare ai mercati di tutto il sud est asiatico e del Pacifico, spiega Francesco Gori, direttore generale . Sarà comunque uno dei più grandi stabilimenti Pirelli nel mondo. Il passo successivo è la realizzazione di una seconda unità produttiva dedicata alle gomme per auto di gamma alta, da Alfa a Ferrari, quelle che segnano l’ascesa della nuova classe affluente. Oggi la diffusione dell’auto privata è ancora frenata, solo 4 vetture su 100 abitanti, ma la Cina delle biciclette è destinata ad entrare nell’album delle foto ricordo. «Lo sbarco in Cina è rivolto al mercato cinese, non è una delocalizzazione spinta dai costi» ripete Tronchetti. Il vantaggio competitivo di una forza lavoro a buon mercato però esiste. Un operaio cinese guadagna in media 3 mila dollari l’anno, quasi un decimo di quello italiano. Ma la Cina non è l’Albania o la Romania e vale come mercato di consumo, con un Pil che cresce da anni al ritmo infernale del 9% . Non solo la Cina cattiva che ci soffoca sotto montagne di scarpe e di mutande a pochi euro ma anche la Cina buona che offre una nuova frontiera all’industria italiana. L’operazione Pirelli è la prima mossa del genere di un grande gruppo ma sono più di mille le piccole e medie imprese italiane impegnate direttamente nella Repubblica Popolare, ricorda Antonino Laspina, rappresentante dell’Ice a Pechino. Dai divani Natuzzi al made in Italy di Zegna, dalle salsicce di Senfter alle gru delle Reggiane fino alle Assicurazioni Generali e al vino rosso dello Shandong con una quota della Sella & Mosca del gruppo Campari.

di Vittorio Dallaglio

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